“Il punto G dei libri”. Il piacere di Patrizia Rinaldi

patrizia_rinaldi_818250Il punto G dei libri. Il piacere di Patrizia Rinaldi

Leggo stesa con deroga di treno, ma solo perché le sedute del treno, anche quelle più audaci, non si abbassano se non fino a un certo punto. Che naturalmente non è il punto G.Leggo stesa forse perché il corpo non deve ingombrare di scomodità la testa, gli occhi, l’altrove cercato. Fino a un certo punto degli anni, che naturalmente non era il punto G, leggevo anche di notte, tutta la notte, ma non lo faccio quasi più perché poi il giorno successivo non funziono. Forse non funzionavo nemmeno prima, ma non ci davo peso. Potevo fare niente con scrupolo e ora meno. Cioè faccio niente lo stesso, ma con maggiori e variegate afflizioni.

Leggo stesa forse perché ho imparato il piacere del leggere mentre potevo stare solo stesa, da quasi ragazza. Frequentavo la scuola media, o meglio la frequentavo poco per questioni di salute con cui non amo tediare il punto G del prossimo. Si dice questioni di salute e non questioni di malattia o questioni di salute malmessa. Non so perché.

E comunque leggevo, leggevo. Il confine del letto, dove spesso era presente il punto D di Dolore, si allargava in montagne, in terre straniere, in maschi e femmine sconosciuti prima della lettura e soprattutto in varietà di mare e di storie. Non dimenticherò quel modo di leggere, per me resta il migliore.

Mi mancava il mare. Ogni tanto potevo vederlo, ma non ci potevo stare dentro e per una che già a maggio correva al pontile con i nervi tesi verso il primo ritorno di tuffo non era un dato trascurabile. Allora leggevo del mare pericoloso. Il mare di pirati, di linee d’ombra, di balene, di naufragi, di tesori contesi. Lo ricordo meglio di una cicatrice di scoglio: il punto G di Gioia era essere lo stesso nel mare, con buona pace dell’impossibilità dell’azione.

Ora mi dicono che è scontato glorificare l’immaginario potente che le parole evocano, la risorsa della rivoluzione del confine del sé, ma all’epoca mica lo sapevo. L’avventura del liberarsi dalle circostanze grazie al libro era una specie di epifania del sacro. Quasi pregavo, seguendo il segno di quello che potevo diventare a dispetto di me.

Invece è recente l’abitudine di conservarmi le prime ore del mattino per finire un libro bello. Al mattino mi pare di capire meglio, dopo aver sciacquato i danni nel sonno. Fissazioni. Leggo senza subire la divisione dei libri belli in categorie e leggo in ritardo sui dati di vendita, sui lanci e sugli atterraggi.

Anche coi film faccio lo stesso: frequento un cineforum di quartiere, ex quartiere di Fabbrica che ha fallito la conversione turistica, dove i film arrivano arrancando. Si presentano già datati con il peso della gloria o del disonore, che poi sono entrambi gravami notevoli. Vado da anni al cinema sopravvissuto alla vicina multisala con un’amica dal gusto finissimo. Mi diverto. In genere lei cresima la fine della visione con una frase scarna. Per esempio ha salutato Il Grande Gatsby con carina l’idea di girarlo con google map, povero Fitzgerald.

Regalo i libri amati. Sto invecchiando, regalo sempre gli stessi. È proprio un gesto amoroso, una carezza, un sospiro. Per fortuna gli amici con me fanno lo stesso. Nella libreria questi regali di libri hanno il posto d’onore.

Sospetto di chi dice non mi piacciono e non ho mai letto, che ne so, i libri irlandesi, giapponesi, ungheresi, mai letto i noir, mai letto il blu, le guide turistiche, le poesie d’amore. Che ne sai? Assaggia prima. Mi sono simpatici i bulimici, gli anarchici e gli azzardati, quelli che difendono la parità di genere e di razza, che anche nei libri non c’è.

Il punto S di Scrivere forse lo so raccontare peggio. Mi vergogno un po’ a dire che qualsiasi cosa accada, il desiderio mio è tutelare il punto I di Ingovernabile che mi succede mentre scrivo. Il punto I sgrava vari punti G:

Genio, nel mio dialetto traduce Voglia;   

Gaglioffo, da galli offa, il boccone del Gallo, ovvero l’elemosina che si dava ai pellegrini senza riposo; Galante, per cortesia amorosa; Galassia, mondi e mondi. Ancora mondi e mondi; Galera, dal greco galee, donnola. Agile come una donnola, nonostante il ricordo della cattività; Giustizia, nella specifica possibilità di rivoluzionare i ricordi osceni; Goduria, goduria e basta. Pure se intanto piango. 

L’ingovernabile ha bisogno del suo contrario, si sa. Nel mio caso il contrario partecipa all’idea di progetto, di cattedrali di struttura e studio, di umiltà. Per dire, anche per andare a un appuntamento scabroso dove il mistero deve aleggiare sovrano, c’è bisogno di un paio di scarpe. Magari belle quanto si vuole, ma con la suola, la pelle o la plastica a difesa della base e si spera anche del collo del piede.

Mi piace la detta e ridetta dimensione artigianale, l’assenza di pretese chissà quali. Quando mi imbatto in eccessi di consapevolezza, mi viene da dire, pensa a godere di questo spettro che ora c’è e forse domani scompare. Scendi dalla loggia, usa le mani e la pazienza.  

Il punto G della scrittura è un luogo riparato dove pazienza e mistero si possono baciare la bocca.  

 

Patrizia Rinaldi, scrittrice, vive e lavora a Napoli. Tra le sue ultime pubblicazioni: Blanca, Edizioni e/o 2013; Tre, numero imperfetto, Edizioni e/o 2012 (tradotto negli Stati Uniti e in Germania); Mare Giallo, Sinnos 2012; Rock Sentimentale, El 2011 (tradotto in Serbia); Piano Forte, Sinnos, 2009 (tradotto in Ungheria). Ma già prima di giugno (e/o, 2015) è il suo ultimo romanzo.

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